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lunedì 7 aprile 2014

L'Incrocio tra Venezia e Jhumpa Lahiri

Dedico questo post agli amici indofili che non hanno potuto partecipare a questo incontro. In particolare a Clara Nubile, ringraziandola per lo scambio di parole, libri e articoli, dall'India all'Italia, caratterizzato da un'incredibile serie di coincidenze.

Altera, riservata e serissima. Jhumpa Lahiri arriva a Venezia e dona tanto e poco di sè al pubblico di Incroci di civiltà accorso  per l'ultimo importante incontro dell'edizione 2014. Certo resta sullo sfondo il confronto con gli autori indiani che hanno concluso le passate edizioni : Rushdie, Ghosh, Seth, Naipaul. E' forse così spiegabile lo sguardo algido della bellissima quarantottenne bengalese.
L'incontro comincia con la lettura di un brano tratto dal suo ultimo romanzo, The Lowland. Legge in italiano e sorprende il pubblico per il suo accento quasi impeccabile.
La Lahiri è un'autrice di "seconda generazione" nella letteratura anglo-indiana. La prima generazione è quella degli autori che hanno impresso una svolta  decisiva  nel panorama linguistico di questo ambito. Basti ricordare i Figli della mezzanotte di Rushdie nel 1980 o il Dio delle piccole cose di A. Roy nel 1997. The Interpreter of maladies, la  prima raccola di racconti della Lahiri, esce due anni dopo, nel 1999.
Il suo esordio con la scrittura nasce lentamente dopo la laurea, con la partecipazione ad un corso di scrittura creativa a Boston. In quell'ambiente, per la prima volta, si sente realmente appartennete ad un gruppo; per la prima volta sente di poter definire una propria identità che non sia quella sempre in bilico tra una cultura e l'altra.
E quando comincia a scrivere le sorge un dubbio: quale cultura descrivere? Quella bengalese o quella indiana? L'aiuto, la risoluzione di tale dubbio, l'ispirazione, le giungono spesso dalla sua famiglia, dai racconti di suo padre, un piccolo grande uomo che esattamente 50 anni fa lasciò Calcutta per Londra e, successivamente, con una moglie e una figlia, per gli Stati Uniti.
La scrittura la aiuta a risolvere una sensazione di straniamento continuo che avverte in una terra che le appartine completamente e, allo stesso tempo, solo in parte.
La scrittura, per svolgere la sua funzione, deve essere abitudine, una disciplina ferrea, qualcosa con cui avere un contatto quotidiano.
Di una storia Jhumpa Lahiri individua un ingresso, varca una soglia. Scene, personaggi e situazioni vengono poi naturalmente. La scelta di un'entrata parte da uno spazio buio, una stanza ignota nella quale scegliere, cercare, trovare, fallire e ricominciare. Le stanze della scrittura, del racconto e del romanzo, coesistono in lei come in un palazzo, un'antica residenza Rajput piena di misteri e bellezza da scoprire.
Lo spunto a volte nasce da una storia vera, un episodio  realmente accaduto per le strade di Calcutta. E' questo il caso di Lowland: l'evento reale è l'uccisione di due fratelli avvenuta davanti agli occhi impotenti dei genitori. Da questo evento la scrittrice bengalese comincia a limare la sua storia, a creare tragicità e speranza.
Le ispirazioni, gli incipit, le idee per una storia vengono sviluppate e poi abbandonate per poi essere riprese e rimanipolate, a volte ancohe dopo 10 anni. Quello dello scrittore è un lavoro artigianale, meticoloso.
Racconti o romanzi. In tutte le sue opere è sempre lo stesso l'assillante tema: la diversità, la difficoltà dell'integrazione. E' così anche per Gogol, protagonista del suo primo romanzo, Namesake. Anche questa volta lo spunto arriva da un evento reale: il nome bizzarro di un ragazzino di Calcutta. Personale e reale è anche il difficile rapporto che la scrittrice ha con il suo nome in una società, quella americana, così diversa da quella indiana.
Il ritorno al racconto, nel fluire oscillante della scrittura della Lahiri, arriva con "Unaccustomed Earth" del 2008. Protagonisti sono questa volta giovani indiani di seconda e terza generazione alle prese con una realtà quotidiana che si è allontanata sempre più dall'India. E' in questa raccolta che fa capolinea l'Italia, nella trilogia finale di racconti ambientati a Roma e a Volterra.
Ma è con Lowland, La moglie (nell'edizione italiana) che la Lahiri torna al romanzo e quasi definitivamente in India. Il tono piatto, asciutto, scarno, paratattico di questo ultimo lavoro è il frutto di una scelta studiata, un allontanamento consapevole dall'artificiosità del fraseggiare inglese. Una scelta voluta che la soddisfa ma che, forse, a breve cambierà.
Oggi la Lahiri vuole scrivere in italiano. Per questo ha cominciato la collaborazione con la rivista settimanale Internazionale. L'italiano è il mezzo per fuggire dall'inglese e per fare un sondaggio di se stessa. Tale scelta rientra nella sua mancanza di reale appartenenza ad una lingua, sia quella bengalese che quella inglese.
L'interesse per l'Italia chude l'incontro. E' una riflessione su Venezia quella che la scrittrice legge salutando timidamente il pubblico, quel pubblico al quale,  quasi mai  per un'ora e mezza di dialogo, ha rivolto lo sguardo contenuto e pudico. Descrive in italiano  Venezia e la definisce inquietante ed onirica, dalla topografia disordinata. Venezia è il luogo dove è costante il dialogo tra ponti e calli. Scrivere in un'altra lingua equivale ad attraversare un ponte: l'inglese scorre sotto i piedi come l'acqua naturale, l'acqua che manaccia di inghiottirla. Ma i ponti aiutano ad evitare il contatto con l'acqua, la aiutano a salvarsi. Lo smarrimento naturale di ogni straniero  a Venezia equivale allo smarrimento della scrittura in italiano: una sensazione sconvolgente e intrigante, necessaria.
La Lahiri veneziana passa da un ponte all'altro con lingue e storie diverse che affascinano il suo pubblico

giovedì 20 giugno 2013

Grimus: il primo, alterato, Rushdie

Grimus:Simurg
Qual è il nesso tra l’insuccesso del primo e introvabile romanzo di S. Rushdie e il suo successo seguente? Leggendo Grimus, l’esordio degli anni ’70 del romanziere indiano, ci si pone tante domande, e non sempre è facile darsi una risposta. Alcuni lo hanno definito romanzo di fantascienza, altri romanzo visionario. Nulla di  tutto questo, perché Grimus è questo e molto altro altro ancora, ma anche niente di tutto questo.
Ok, calma, calma e sangue freddo. Quella che ci vuole  molte volte quando si leggono le prime 30 pagine di un romanzo di S. Rushdie.
Più che da Asimov o Delany, Grimus sembra più ispirarsi a Huxley e ai suoi paradisi artificiali. L’alterazione narrativa è quella dei piani della coscienza. Rushdie descrive un mondo realmente irreale dove vivono coloro che hanno scelto l’immortalità attraverso una boccetta dal liquido giallo che ricorda la pillola rossa o blu di Matrix.
Isola di Carf è l’isola degli immortali. Un isola fantastico-immaginifica dove il protagonista, Aquila Svolazzante, va in cerca della sorella-madre-amante Cane da Penna. Il viaggio è quello della coscienza, sul piano delle dimensioni interne, attraverso l’immaginazione. Sull’isola sono presenti interessanti personaggi. Ognuno di loro ha una storia da raccontare e un passato da dimenticare. Tra le bizzarre presenze c’è quella della coscienza parlante del Gorf, l’entità pietrificata dotata di poteri mentali che riescono ad alterare anagrammaticamente il loro ambiente e  le coscienze altrui. Carf è kaf, la lettera k araba, o almeno una delle sue pronunce.Nell’isola di Carf ognuno deve avere un interesse principale al quale dedicare tutta l’eternità. Il nano-filosofo Gribb, ad esempio, raccoglie massime del pensiero adatte ad ogni circostanza. Ma anche nella prospettiva dell’eterno di verificano  dei blink, intervalli di non essenza che provocano ulteriori alterazioni e un fortissimo senso di straniamento.
L’alterazione dell’immaginazione passa da Huxley attraverso  Bukowki così che il viaggio assume una forte connotazione erotico-ossessiva e Aquila svolazzante entra in vagine che diventano caverne, nuovi mondi interiori da esplorare. Un erotismo che caratterizzerà molti altri romanzi di Rushdie; una spinta, una pulsione verso donne la cui bellezza abbaglia e sconcerta. Un erotismo che affida alle donne un potere, un dominio capace di distruggere quello che le circonda e che il personaggio maschile cerca di arginare con azioni e atteggiamenti mentali fallocentrici.
Il vero protagonista del romanzo è forse la follia, la negazione del passato e la sua ossessiva rievocazione nell’eternità scelta. Al posto del Realismo magico, di cui questa storia è un pallido eufemismo, Rushdie dosa i piani mentali possibili e il timore costante di trovarsi in un sogno o sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente.
Quella di Carf è una comunità utopica dove tutto “apparentemente” funziona perché Grimus crea l’Effetto affinchè ciò avvenga: non esiste denaro, non esistono le classi sociali o la lotta tra classi. Cosa lo rende possibile? La presenza di una forza ostile potente che rende accettabile l’annullamento delle differenze pur nella comune ricerca di un mezzo per sopravvivere. Con l’arrivo dell’elemento nuovo ed esterno l’equilibrio si altera così la passione, la gelosia, il desiderio incontrollabile, la vendetta la violenza fanno il loro ingresso nella comunità di Carf così come nei successivi romanzi di Rushdie. Solo una cosa può salvare: rimanere nel “bozzolo “del  passato e nelle “minuzie “del presente. Vivere per le proprie ossessioni fa sentire distaccati, inebriati e completi. Distrarsi da ciò equivale a rendersi vulnerabili rispetto alle dimensioni della coscienza.  Grimus, a differenza degli altri uomini, sa che la “dimensione” in cui si sceglie di vivere è solo una di un’infinità possibile. Accettare la dimensione vuol dire cambiare il proprio essere.
L’azione, se non determinata da cristalli veggenti o rose di pietra dalla profondità dimensionale, diventa condizionata dai futuri possibili.
Grimus è il deus ex machina di una Febbre dimensionale difficile da controllare. Grimus è il Simurg, il signore degli uccelli, dei 30 uccelli. Un antico poema sufi racconta del viaggio di 30 uccelli per trovare il re di tutti i piumati. Il viaggio continua fino a quando i 30 uccelli non si accorgono di essere diventati loro stessi quello che stanno cercando. E così Aquila svolazzante diventa Grimus nel tentativo di cercarlo e distruggerlo.

Una trama esile per un romanzo corposo, denso  e concettuale che cade un po’ sulla banalità di certi luoghi comuni letterari. Una “prima opera” che presenta in potenza la ricchezza immaginifica del futuro Rushdie. Un romanzo non imperdibile che legge con gusto chi ha pazienza, attenzione  e il conforto dato dalla conoscenza delle opere successive di questo straordinario scrittore.

lunedì 10 giugno 2013

L'Ultimo sospiro del moro, S. Rushdie

Una storia che sa di pepe e cannella, ma senza la banalità esotica del masala.
Si intreccia la storia dell’India dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento. Il sorgere dello Stato indiano si contrappone alle ceneri del dominio moresco in Spagna tra Quattrocento e Cinquecento.
Il Moro è l’erede tardo di quei moriscos o marranos fuggiti dalla Spagna, da Granada, dopo il 1492.
“Non piangere come una donna per quello che non hai saputo difendere da uomo”
Le piccanti spezie sono quelle che intridono la  pelle delle forti figure femminili. Nella prima parte del romanzo  gli uomini non possono che soccombere a cospetto di una forza inarrestabile: nonne, madri, moglie o amanti. Sono le donne a dettare le regole del gioco. Le loro armi sono la lingua tagliente, la decisione dei gesti, una forte creatività artistica e una spiccata sensualità. Epifania, Belle, Aurora e Uma sono coloro alle quali è impossibile dire di no. Protagoniste di amori difficili, ostacolati e resi possibili con la forza dell’ostinazione e della sicurezza.
I figli, i partner di queste forti donne hanno spesso tratti in comune: genitori assenti e un forte bisogno di amore, suicidi e scomparse, un inevitabile ricorso all’immaginazione amica della solitudine e della sofferenza.
Una famiglia che commercia spezie da generazioni ma che sa ampliare i suoi commerci fino a giungere al traffico di droga, di armi e di prostitute. Una famiglia potente che diventa il simbolo dell’India nascente, quel paese che non esita a far ricorso alla violenza per affermare se stessa. La saga famigliare  si intreccia dunque con nomi altisonanti come Gandhi, Tagore, Nerhu, Bose, Indira Gandhi. Dietro alcuni personaggi appartenenti alla malavita e ai gruppi religiosi estremisti si rintracciano i tratti di politici  e figure tuttora viventi o scomparsi di recente. La stranezza e forza dei personaggi della famiglia Zogoiby  richiede un allontanamento dal resto del mondo, una posizione di distacco, superiorità e controllo. Da Cochin al Malabar, dal Kerala a Bombay, la famiglia vive su un’isola, quella di Cabral o di Elephanta.
L’arte è sicuramente una protagonista importante del romanzo. Aurora da Gama è l’artista eclettica ed eccentrica che dipinge gli stati d’animo più reconditi: passione, violenza, forza, tormento, follia. E folli diventano gli artisti che la stimano, emulano, amano, come Vasco Miranda o Uma. Rushdie riesce ad usare la parola-pennello per rendere viva e vibrante un’immagine pittorica evocativa e a tratti delirante.
L’Ultimo sospiro del moro è il titolo-quadro che collega il passato al presente. Il Moro è lo “sfortunato  el-Zogoybi, ultimo sultano di Granada, visto mentre abbandona l’Alhambra”. Ma il Moro è anche l’ultimo superstite di una famiglia di antichissime origini iberiche. Un uomo il cui tempo corre al doppio della velocità e che racchiude in sé la stirpe moresca, quella ebraica e quella indiana d’adozione. Il pizzico di realismo magico, indispensabile nei romanzi di Rushdie, è mescolato alle spezie, al pepe famigliare: il Moro nasce dopo soli 4 mesi e mezzo di gestazione nel ventre dell’artista Aurora e la sua vita procede a velocità doppia.
La  seconda parte del romanzo descrive, attraverso il pennello di Aurora, e  gli espedienti di coloro che la circondano, un’India corrotta, violenta, malvagia. L’India che, dai massacri post Indipendenza arriva, attraverso l’Emergenza imposta da Indira Gandhi, alla mafia degli anni 70’, al mondo dell’apparenza  del cinema e alla corsa verso la ricchezza ad “ogni costo”. Il pennello invasato di Aurora e la parola schietta di Rushdie rappresentano realtà in corsa inarrestabili, quei primi passi di un processo ancora in corsa oggi.
In questa corsa emergono i personaggi maschili: l’ebreo commerciante e trafficante  Abramo, il fanatico religioso misogeno Raman Fielding e i suoi picchiatori, il ragazzo-vecchio Moraes Zogoiby, l’artista bisessuale, innamorato e folle Vasco Miranda.
Attraverso queste figure la narrazione cambia registro per assumere le tinte della spy story, dei racconti di gangsters  e  delle lotte tra bande per il dominio della città. Non potevano quindi mancare reginette di bellezza e attricette Bollywood emblema di quella bellezza che vuole detergere nell’apparenza il marcio e l’oscurità della corruzione e del crimine.
La lotta per il potere, sulla città o sul cuore altrui, culmina nella distruzione, a partire da quella di Ayodhya, nella vendetta, nell’esplosione e nel sangue. La conclusione di un amore non spiegato o non condiviso giunge nel luogo da cui tutto è  arcaicamente iniziato, in Spagna. Anche qui, tra stradine assolate e contrade arroccate, sono ancora presenti le divisioni politiche della dittatura franchista appena conclusa. E’ in questa terra che il Moro racconta la storia della sua famiglia, la racconta per poter sopravvivere e per tentare di riappacificarsi con l’immagine di una madre nascosta sotto il colore de “L’ultimo sospiro del moro”.
Tutta la  straordinaria complessità del linguaggio di Rushdie in una trama avvolgente e accattivante. Forse uno dei migliori romanzi di questo interessante autore indiano.

Un frammento dal primo quadro di Aurora:


E tutto era ambientato in un paesaggio che […] era la Madre India in persona, la Madre India con le sue vesti sgargianti e il suo moto inesauribile, la Madre India che amava e tradiva e divorava  e distruggeva e tornava ad amare i suoi figli, e la cui lotta con questi stessi figli, eterna, appassionata e congiunta, si prolungava ben oltre la tomba; la Madre India che si stendeva tra grandi montagne che erano come grida dell’anima e lungo vasti fiumi pieni di pietà e di malattie, e attraverso aspri altipiani tormentati dalla carestia sui quali l’uomo spezzava col piccone il suolo secco e infecondo; la Madre India con i suoi oceani e le palme da cocco e le risaie e i giovenchi intorno al pozzo, con le sue gru sulla cima degli alberi che mostravano un collo che sembrava un attaccapanni, e gli aquiloni che volavano in cerchio nell’alto dei cieli […] S. Rushdie, L’Ultimo sospiro del Moro, pag. 71

venerdì 15 aprile 2011

Letteratura indiana. K.Nagarkar: una piacevole chiacchierata a Venezia

Anche quest'anno Incroci di civilta' sbarca e Venezia con un calendario ricco di appuntamenti.  L'India ha il posto d'onore che ben merita.
Mercoledi' 13 ho avuto il piacere di partecipare all'incontro con Kiran Nagarkan presso la Fondazione Querini Stampalia.
Nagarkan e'noto al pubblico italiano per due romanzi di recente pubblicazione: Ravan & Eddie (per Metropoli d'Asia) e Piccolo soldato di Dio (per Rizzoli).

Un autore spesso scomodo per i temi affrontati, scomodo in India cosi' come in Italia. Molti dei suoi testi piu' belli non sono purtroppo tradotti in italiano, primo fra tutti  Cuckold, del 1997.
Con la consueta apparente timidezza, l'autore indiano ha sbaragliato il pubblico veneziano alternando momenti di sottile e gradevole ironia  a profonde e sagaci riflessioni sui temi piu' diversi.

Il mio ultimo incontro con Nagarkan risale al maggio scorso, al Salone Internazionale del libro di Torino dove ebbi modo di discutere con lui sulle ragioni del successo di un autore come Vikas Swarlup.

Anche quest'anno la crescita scintillante dell'India e' stata al centro delle riflessioni dell'autore: una visione ironica e al tempo stesso amara. L'india di oggi, la shining India- dice l'autore- non dovrebbe cercare fuori dai propri confini modelli sraordinari di cultura e santita'. I poeti e i santi indiani non hanno bisogno di esseri riconosciuti all'alto con lunghi processi di canonizzazione. Sono uomini normali che fanno cose sraordnarie.
Cosi come sono normali e straordinari i personaggi dei suoi libri: bambini o piccoli uomini che si pongono enormi domande sulla vita e su chi possa essere Dio. La risposa a queste domande non e' mai scontata e falsamente rassicurante. Al noto poeta indiano  Kabir,uno dei protagonisti di Piccolo soldato di Dio, non interessa conoscere realmente Dio, sapere se e' hindu o musulmano. Dio c'e' o potrebbe esserci e questo puo' bastare.

L'India di oggi non e' dunque spiritualismo esasperato, crescita economica ruggente o films bolliwodiani ricchi di musica e masala. Non e' solo questo.
L'India di oggi, dice Nagarkar, deve guardare  anche indietro e fare i conti con il proprio passato. L'Indipendenza, iniziata come reale lotta non violenta, non ha saputo perpetrare gli ideali che si era prefissata. Scrittori come lui fanno parte di quella generazione, si tratta dei figli della mezzanotte di Rusdhie, di coloro che avrebbero dovuto recuperare le origine indiane nascoste dalla soffocante presenza inglese. Si doveva allora scegliere e cambiare radicalmente il paese. Tenere il meglio, dimenticare il male. saper distinguere cio' che fu importante da cio' che fu degradante. Questo sguardo all'indietro, questa ricerca dell'autentico, e' processo non facile da realizzare pienamente. L'analisi  non e' stata pero' sempre soddisfacente e profiqua. Il limite dell'India attuale e' pero' quello di non riuscire a prendere coscienza di questo errore. Lo scintillio moderno dovrebbe impegnarsi nel superare alcune inaccettabili condizioni persistenti.
Le divisioni tra comunita' religiose, i fondamentalismi e le differenze sociali alla base dei testi di Nagarkan, descrivono un paese che porta su di se' i limiti del passato e dello slancio verso il futuro. Le sue sono "parabole senza messaggio"  he lasciano al lettore il tempo per capire e giudicare.


La letteratura-dice Nagarkan- e' una specie in via di estinzione che deve saper essere tagliente sui temi del vivere moderno, non solo su quello indiano. Il nostro limite maggiore e' quello di aver perso la capacita' di dialogare. Possiamo "incrociare le civilta' e le culture"  ma dobbiamo, al tempo stesso, riprendere il vero dialogo, quello della comunicazione, della parola, della reciproca empatia. Situazioni come quelle dell'India e del Pakistan,del Kashmir, della Palestina e di Isralele, sono il frutto della mancanza di coraggio, quello di riconoscere il limite della forza della nostra parola. Nel mondo-dice Ngarkar-c'e' troppa misantropia.

E in dulcis in fundo un'anticipazione: da poco l'autore ha finito di scrivere il suo nuovo libro, il seguito di Ravan & Eddie. L'autore non si lascia scappare molto sulla trama, si limita a definire il suo testo "strepitosamente ironico" e "ingannevole". Sappiamo per certo che  uno dei protagonisti principali, insieme ai due ragazzini, sara' Bollywood, il cinema indiano, definito amabilmente dallo scrittore "impossibile da imitare, perche' gia' parodia di se stesso". Ricordiamo che Nagarkan e' anche un critico cinematografico, drammaturgo e sceneggiatore. Lo stesso Ravan & Eddie era nato, nel 1994, come una sceneggiatura.

Nella lunga e piacevole discussione in privato che ho avuto con l'autore ho avuto qualche anticipazione ulteriore che, per ovvi motivi, non posso rilevare. Come al solito colpiscono, di questo "umile artigiano della parola", la semplicita' e spontaneita', il suo interesse verso la diversita' e complessita' umana, il suo volere conoscere meglio chi ha di fronte a se'.
E' questa attenzione verso l'altro che gli permette di descrivere cosi' bene la realta' nei suoi romanzi: il tempo e la parola non hanno confini.

martedì 11 gennaio 2011

Sincretismo impossibile

In occasione dei recenti attentati ai cristiani copti si è discusso molto a proposito delle intolleranze religiose, delle persecuzioni  di questi ultimi tempi.
Con una sommaria interpretazione sembrerebbe quasi che l'unica religione il cui culto è ostacolato sia quella cristiana, in tutte le sue forme.
In verità è opportuno riflettere sul fatto che il sincretismo pacifico è un qualcosa di profondamente difficile da realizzare, e non solo oggi.
La difficoltà da parte dell'uomo di vivere pacificamente rispettando le differenze altrui si è spesso nascosta dietro apparenti motivazioni di carattere territoriale, politico ed economico.
E' opportuno ricordare che a soffrire la persecuzione non sono solo i cristiani.
Gli esempi vicini e lontani sono innumerevoli. Si va dal genocidio alla "semplice" intolleranza, più o meno violenta.
Lo sterminio degli ebrei è solo il mesto e tragico finale di una diffidenza verso i semiti perpetrata per secoli da popolazioni in  tempi e loghi diversi.
Che dire poi delle crociate? Possiamo dire, oggi, che le motivazioni fossero solo di carattere economico -territoriale? Come interpretare la prospettiva di salvezza  eterna, per chi moriva in battaglia, proposta da Urbano II nel 1095.?
E gli armeni? Una minoranza tristemente sgradita ai turchi!
Ancora oggi il conflitto tra israeliani e palestinesi infiamma l'Oriente.
Per rimanere in ambito islamico, l'opposizione tra sciiti e sunniti non ha certo una valenza solo politica!
Dal 2007 si sottolinea la tragica condizione dei cristiani in India. In stati come l'Orissa, il Gujarat e il Karnataka gli episodi di intolleranza sono numerosissimi.
Ma chi è veramente "il cattivo"?
Il contrasto tra hindu e musulmani insanguina il paese da anni.
Le ingerenze dell'estrema destra hindu (e non solo) nel paese non sono certo un mistero.


  • Le migliaia di morti hindu e musulmane al momento dell'Indipendenza indiana
  • Il massacro sikh nel 1984
  • La distruzione della Babri Masjid nel 1992 ( fomentata dal BJP) e il massacro di musulmani del 1993 che ne è seguito
  • Il Pogrom musulmano in Gujarat nel 2002: la vendetta per il presunto attentato contro un treno che trasportava pellegrini hindu (53!)determinò la morte di 2.000 musulmani, lo stupro collettivo di centinaia di donne e lo sfollamento di 150.000 persone

Non ci sono buoni e cattivi. La verità è che non esiste una religione più perseguitata delle altre. Non esiste una religione più aggressiva o più terroristica. La verità sta nel fatto che l'uomo, per natura, vuole affermare se stesso.
Salman Rushdie, in una recente intervista, ha auspicato la possibilità di un mondo pacifico solo nell'eventualità che vengano eliminate le religioni. Ma l'uomo ha bisogno di Dio, quasi geneticamente, a qualsiasi longitudine. Fino a quando il nostro Dio, qualsiasi esso sia, vincerà sul "Dio-denaro", dobbiamo sforzarci di rendere la nostra convivenza il più possibile  tollerabile e tollerante.

Gandhi scriveva:

TUTTE LE FEDI SONO VERE E IMPERFETTE

venerdì 26 febbraio 2010

Oltre la Fatwa eterna di Rushdie


Rushdie si racconta....
Era il 1989 quando l'ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della rivoluzione islamica in Iran condannava a morte Rushdie per i "Versetti satanici".
La Fatwa è una sentenza in base alla Sharia. La condanna a morte va intesa come estesa anche agli editori e traduttori.
Nel 1991 il traduttore giapponese di Rushdie, Hitoshi Igarashi, fu pugnalato a morte a Tokyo, quello italiano malmenato e pugnalato a Milano.
Nel 1993 William Nygaard, l'editore norvegese di Rushdie, è stato gravemente ferito a colpi di armi da fuoco nel corso di un attentato davanti la sua casa di Oslo.
Trentasette ospiti di un hotel di Sivas (Turchia) morirono carbonizzati a causa di un incendio appiccato da dimostranti che manifestavano contro Aziz Nesin, traduttore turco di Rushdie.
Rushdie è accusato in quanto nei Versi satanici verrebbe proposta una visione blasfema di Maometto.
L'opera è intrisa di quel realismo magico di cui l'autore è maestro. La vicenda magica in cui due viaggiatori, miracolosamente scampati a un disastro aereo, si vedono trasformati l'uno in una creatura angelica e l'altro in un essere diabolico. Ormai simboli del Bene e del Male i due si affronteranno nella più antica e inevitabile delle battaglie, una lotta senza esclusione di colpi destinata a protrarsi in eterno nel tempo e nello spazio, dai più sperduti villaggi indiani alla Londra contemporanea, fino alla divina improvvisa apparizione del profeta Mahound.

Nel 1998 il presidente riformista iraniano Mohammad Khatami ha in parte ridimensionato l'applicabilità della fatwa sullo scrittore anche se lo scorso anno l'ayatollah Khomeini ha dichiarato che "ogni buon musulmano deve impegnare ogni sforzo e ricchezza per mandarlo all'inferno.

La vita sotto scorta per quasi 10 anni (1989-1998)non è stata sicuramente facile per Rushdie. Nonostante tutto è riuscito a sviluppare un'incantevole e sagace autoironia sull'accaduto. Negli ultimi 10 anni vive a New York ma il sistema di sicurezza che lo circonda è ancora alto. Quando l'ho incontrato ricordo che era molto infastidito dalla presenza della digos o dei carabinieri. Più volte ha insistito affinchè non ci fosse nessuno in divisa mentre lui parlava.

Qualche giorno fa l'autore indiano ha dichiarato che sta scrivendo un nuovo libro: l'argomento è tutt'altro che magico. Si tratta della sua autobiografia legata indissolubilmente alla fatwa. Molto interessante. Speriamo sia ormai in porto anche il progetto di sceneggiatura dei Figli della mezzanotte per la realizzazione di un film con la regista Metha.

giovedì 18 febbraio 2010

Corsi di letteratura indiana...e oltre


Serie di 5 incontri a cura di Monica Guidolin presso l’Università Popolare di Castelfranco Veneto, Associazione culturale fondata nel 1921. Un viaggio straordinario all’interno del mondo letterario indiano.
“Leggo vari giornali ogni giorno. Leggo anche libri ogni giorno. Li metto tutti nella mia testa e lascio che se la vedano da soli.” Mahatma Gandhi

Tagore e Gandhi
La storia letteraria indiana si compone di molteplici letterature e lingue. Si assiste sempre più ad un crescente interesse e attesa verso questo paese e la sua straordinaria vicenda culturale.
Nostra intenzione è quella di offrire una panoramica storica della ricca produzione scritta indiana a partire dalle opere più antiche, di carattere soprattutto religioso e filosofico, fino alla contemporaneità. Uno scenario in trasformazione che si riflette nella narrativa odierna, senza che manchi mai un nesso ai temi del pensiero tradizionale. Una storia letteraria che sia aggiornata nelle prospettive, nei metodi, nelle acquisizioni e sia l’espressione della volontà di trasmettere l’alto valore culturale dell’immensa produzione letteraria dell’India, dei tesori di conoscenza e di bellezza che la civiltà indiana racchiude in sé.

Mercoledì 24 marzo 2010: Letteratura religiosa e filosofica
La religione occupa nella vita indiana una posizione di assoluta preminenza. Ne deriva che essa condizioni e permei in larga misura anche le espressioni artistiche, tra le quali quella letteraria è, forse, la meno affrontata. La letteratura più antica è quella vedica, i cui testi sono frutto di una rivelazione divina.
Mercoledì 31 marzo 2010: Tradizione e letteratura scientifica: lo Yoga

Dell’intero patrimonio culturale millenario dell’India, lo Yoga costituisce l’aspetto di gran lunga più noto, anche in occidente. Una disciplina che, prima di ogni cosa, ha conosciuto un’evoluzione fondata su una serie di fonti e su un lessico che non appartengono all’epoca classica della cultura dell’India, bensì al periodo medievale nel quale la lingua, non diversamente dalla tradizione religiosa, fu soggetta ad un rinnovamento.

Mercoledì 7 aprile 2010: Lirica classica indiana
Nella produzione indiana non mancano immagini poetiche, talora affascinanti, talora enigmatiche. Raffinatissima nella forma e nel linguaggio, la lirica classica è soprattutto un canto d’amore dove le intenzioni degli autori, anonimi o mitici, è raccogliere e perpetuare nei testi le grandi tradizioni religiose che le hanno ispirate.

Mercoledì 14 aprile 2010: Poeti hindi del Novecento
Il desiderio di indipendenza politica si intesse con il desiderio di libertà individuale. L’espressione in campo letterario di istanze più vaste sono i fermenti che animano il poeta romantico hindi. Diversamente dai secoli passati, sia devozionali che manieristi, egli cerca come individuo l’intimità con qualcosa che non è Dio e marca della sua personalità l’espressione dei propri sentimenti.

Mercoledì 21 aprile 2010: Letteratura contemporanea
Negli ultimi tempi gli scrittori indiani sono diventati una passione a livello internazionale. Vikram Seth, Salman Rushdie, Shashi Tharoor, Amitav Gosh, sono solo alcuni nomi di una lista che continua ad ingrossarsi. Tutti autori che scrivono in lingua inglese. Nel 1912, uno scrittore di 51 anni relativamente sconosciuto decise di provare a tradurre alcune delle sue opere mentre era in viaggio a Londra. Nel 1913 allo scrittore fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Il suo nome era Rabindranath Tagore.

Info e dettagli:
Sede dei corsi: Sala in Via Verdi, 3 – Castelfranco Veneto
Le lezioni iniziano alle ore 20.30 (eccetto la prima lezione che inizia alle 20.15)
Informazioni e iscrizioni:
Libreria San Giacomo, via Matteotti, 14 E – Castelfranco Veneto (TV)– Tel. 0423 723430
Libreria Costeniero, via Giorgione, 55 – Castelfranco Veneto (TV)– Tel. 0423 720027
Libreria Massaro, Via S. Pio X, 2 – Castelfranco Veneto (TV) – Tel. 0423 497998

Informazione da

http://www.indika.it