martedì 4 ottobre 2011

Dashain 2068


Anche quest'anno siamo arrivati a questo momento di festività
Ho già parlato del significato di questa festa in Nepal qui
Non mi resta  che augurare a tutti gli amici lontani Happy Dashain

mercoledì 28 settembre 2011

Trekking sicuro in Nepal e Tibet.....e molto altro ancora

Rispondo  con  questo post alle tante mail che mi sono arrivate  riguardo al Nepal e al Tibet.
Molti di voi mi chiedono come andare, a chi affidarsi, di chi fidarsi.
Sul mercato c'è tanto, troppo!
Solitamente  si parte con un'agenzia italiana perchè, non si sa per quale motivo, ci si sente più sicuri.
Ai cari amici che mi scrivono proporrei un viaggio insieme a me ma, ahimè, non  ho così tanto tempo a disposizione.
Il consiglio che posso dare a tutti è quello di affidare il proprio viaggio ad un' agenzia locale. Perchè?





Perchè i nepalesi sono i più seri ed efficienti organizzatori di tutto ciò che è inerente la montagna
Perchè hanno un'esperienza varia e conclamata
Perchè sanno gestire qualsiasi situazione con il sorriso
Perchè sono estremamente onesti, almeno i più..o quelli che conosco io
Perchè conoscono il loro paese, il Nepal, e i paesi che hanno caratteristiche himalayane
Perchè sono lavoratori indefessi
Perchè parlano benissimo l'inglese
Perchè un viaggio in Oriente è un'esperienza che va preparata seriamente

Quale agenzia?

A Kathmandu c'è un marasma di agenzie di trekking improvvisate. Chi conosce la città e i suoi abitanti sa bene  che in verità i nomi affidabili, sicuri, seri e professionali vanno cercati con cura.

La scelta migliore è sicuramente la
Vistatrek

Il loro sito internet  http://www.hikehimalaya.com/
                                 http://vistatreks.com/

I loro contatti
 Vista Trek Pvt. Ltd
GPO Box 9668, Thamel, Kathmadnu, Nepal
Tel: 977-01-4257120
Fax: 977-1-4257120
Email: 

Ishwar Pyakurel:
 977 - 9851031822
Devendra Basnet: 977- 9841322985








Le lingue parlate:  Inglese, italiano,  giapponese, spagnolo


La loro esperienza: decennale. Non vi parlo di un'agenzia improvvisata ma di persone che fanno questo mestiere da generazioni


Il loro staff: giovane, efficiente, istruito, serio, professionale parlante bene l'inglese o le lingue sopra citate






Le loro mete: Nepal, ovviamente, con varie possibilità di esperienza per tutti i gusti, dal trekking leggero alla scalata himalayana fino al tour in elicottero per i più pigri e benestanti. Ma la Vistatrek propone anche il Tibet e il Buthan. In pochi giorni ottenete tutti i permessi necessari per le zone ad accesso limitato senza stressarvi e senza incorrere in fregature di varia natura.
Potete fare trekking, tour culturali, tour in elicottero, scalate, rafting, safari, bike tour, bird watching e chi più ne ha più ne metta.


Perchè vido queste informazioni?
Perchè me le avete chieste
Perchè  conosco e amo profondamente questo paese e vorrei che gli italiani, o gli occidentali in genere, tornassero a casa con un bel ricordo del Nepal; con la sicurezza di poter fare un'esperienza unica
Perchè tanti, troppi amici, mi hanno raccontato di esperienze negative legate ad agenzie italiane o, peggio ancora, italiano-nepalesi. Non c'è niente di peggio di un gruppo di nepalesi senza competenze ed esperienza che si fa gestire da un gruppo di italiani che vogliono solo arricchirsi sfruttando la gente del posto. Il mix perfetto per un viaggio disastroso e terribilmente costoso.


Se volete andare in Nepal
Se volete viaggiare sicuri
Se volete trovare degli amici che vi rendano il soggiorno piacevole
Se non volete rovinarvi economicamente per avere, tirando le somme, un servizio scadente


Insomma...se volete un Trekking sicuro in Nepal, Tibet e Buthan...affidatevi a persone affidabili
Affidatevi a Vistatrek


Se volete informazioni sul Nepal, sulla cultura, sul quando andare o cosa vedere scrivetemi pure o contattate il manager della Vistatrek


Email: 

Namaste a tutti e Buon Nepal sicuro!!!!!


mercoledì 21 settembre 2011

Tibet: lassù


"E' IL TUO KARMA BUONO CHE TI AIUTA AD ANDARE LI'
E' IL TUO KARMA CATTIVO CHE TI IMPEDISCE DI TORNARE INDIETRO"


A breve accontenterò i tanti amici che mi chiedono di raccontare i giorni tibetani..........
Per il momento lascio parlare loro............

giovedì 15 settembre 2011

In Tibet


INGINOCCHIATI DOVE GLI ALTRI SI INGINOCCHIANO PERCHE' DIO E' PRESENTE DOVE TANTI HANNO PREGATO  
                                                 
                                                                                                                         (RAMAKRISHNA)



domenica 4 settembre 2011

Palpasa Caffe': un romanzo dal Nepal


“Proprio tu, che sembri una di noi, che parli la nostra lingua e fai battere il tuo cuore per il Nepal, non puoi non leggere questo romanzo!”
Cosi' mi esortavano gli amici nepalesi in merito a questo best seller, Palpasa Cafe'.
Il romanzo e' uscito, in nepalese, nel 2005, in piena guerra civile. L'autore e' il noto giornalista del Kantipur Daily Narayan Wagle.
In Nepal questo romanzo e' famosissimo. Per un paese che mediamente non e' molto interessato alla letteratura e che ha una percentuale di lettori abitudinari bassissima, la vendita di 25000 copie in soli due anni rappresenta un record assoluto. L'entusiasmo con il quale mi veniva presentato il testo mi aveva sempre preoccupata. Sapendo che si trattava in parte di una storia d'amore mi chiedevo: “Questo Wagle sara' mica il Moccia del Nepal?”.
Il mio approssimativo nepalese mi allontanava dalla lettura fino a quando, in una libreria di Kathmandu, ho trovato la traduzione in inglese.

Gli amici nepalesi avevano ragione. Con buon merito questo romanzo ha vinto il prestigioso premio letterario nepalese Madan Puraskar, l'equivalente del Pullitzer Prize degli Stati Uniti.
Non si tratta affatto di una mielosa storia d'amore! Tutt'altro!
Wagle utilizza un plot articolato come una scatola cinese. L'esperimento funziona benissimo a livello narratologico. Il lettore alterna momenti di appassionato coinvolgimento a momenti di stupore a seguito di improvvisi colpi di scena o commoventi episodi, fino alla circolare chiusura che lascia aperta una porta esegetica.


Lo sfondo e' quello di Kathmandu, di un ambiente artistico insolito, delle colline impervie che affacciano sulla Valle. L'ombra costante e' quella della guerra civile, degli intensi anni di guerriglia a seguito dell'eccidio reale del 2001.

Il protagonista e' Drishya, un artista, un pittore nepalese che insegue la bellezza in ogni singolo movimento percepito, dai fiori che cadono in citta' prima del monsone, fino all'intenso colore dei paesaggi collinari e montani. Intorno a lui si muove un Nepal inquieto che si avvicina agli anni piu' cruenti del conflitto civile.

Drishya ha un sogno, quello di costruire un luogo speciale sulle colline. Un posto isolato dove gli artisti possano trovare se stessi, l'ispirazione, la pace; un rifugio solitario e incontaminato lontano dalla violenza e dal qualunquismo. Il suo angolo di Paradiso dovrebbe chiamarsi Palpasa Caffe'. Ma Drishya deve fare i conti con la realta', con il potere, con chi lo vuole prendere, con chi lo strumentalizza e lo piega verso una strada sbagliata.

Chi e' Palpasa? Colei che e' riuscita a strappare l'artista dalla sua solitudine, dal suo isolamento artistico. Colei che capisce la sua arte e forse comincia ad amarlo per quello che e'. Ma non siamo davanti al plot di una storia d'amore qualsiasi. La loro e' un'unione di anime che non ha bisogno di dichiarazioni, gesti fisici o unioni. Un amore inespresso che rimane eterno, nella memoria.
Palpasa Caffe' e' la storia di un sogno irrealizzato, un sogno che coinvolge e commuove. Una storia che rimane sullo sfondo, anche se intensa. Palpasa caffe' non e' un romanzo d'amore e Wagle non e' il Moccia nepalese.

Il rapporto tra Drishya e Palpasa e' quello tra artista e ricettore, tra colui che imprime un sentimento attraverso il colore e chi lo riceve e lo fruisce. Amore e arte assumono le stesse tonalita'. L'arte e' una forma di amore.

I vero fulcro del romanzo e' l'esperienza di Drishya, il suo cercare di capire se stesso e quello che sta accadendo nel suo paese. Cercare delle spiegazioni significa tornare indietro, verso il proprio passato, le proprie origini. Il villaggio dove e' nato e' cambiato. Ora ci sono i maoisti a dettar legge, ad imporre la violenza e l'arruolamento in un conflitto del quale non si conoscono le cause precise.
Qual e' il mezzo per raggiungere la pace e la giustizia? La guerra. La violenza. Qualcuno impone questa legge senza alternativa.


How can you ever justify violence?” Drishya asks.
Siddhartha replies: “Without destroying you can’t build anew.”
“But people are dying,” Drishya pleads.
“The people don’t need peace, they need justice,” says his Maoist friend, “If there is justice there will be peace.”
“But you are carrying out injustices in the name of justice,” says Drishya one last time but it is clear the two can’t even agree to disagree.


Dopo la strage reale del 2001 si scelse la violenza. Kathmndu viene descritta come confusionaria e attonita. Wagle riporta nel romanzo la sua esperienza diretta di giornalista, la sua percezione di quei giorni, la percezione dei nepalesi: l'incredulita', lo sconvolgimento, il sospetto.
Si rispose alla violenza con la violenza. Le giovani generazioni vogliono il cambiamento, nuove opportunita'. Per loro, per alcuni di loro, questo cambiamento e' realizzabile attraverso le armi, la ribellione, la Rivoluzione. L'arruolamento diventa in certa misura obbligatorio cosi' come il rischio che ne consegue. L'esercito in citta'. I maoisti sulle colline. Una pressione feroce sulle zone rurali, sull'esasperazione del popolo e sulla sua mancanza di mezzi.
Si promettono ricchezza e istruzione in nome della guerra, in nome delle armi. Anche le bambine vengono precettate. Chi non muore nelle esplosioni degli attentati dinamitardi marcia in nome dei guerriglieri maoisti. Il giovane che non dono se stesso in nome della rivoluzione costringe la famiglia a pagare cifre improponibili in nome del “People of new power”.

La natura descritta e' commossa e partecipe. Il sogno di vivere in un villaggio pur rimanendo isolati dal “villaggio globale” rimane sullo sfondo. Il gap tra citta' e campagna e' forte.
Quello di Drishya e' un percorso sofferente. L'arista non sente la guerra come sua, non sente la violenza e si dichiara neutrale. L'arte non puo' abbracciare un credo politico o impugnare una bomba perche' si basa su un'ispirazione profonda che ignora l'ira sociale.
Ma anche chi vole rimanere se stesso finisce per perdere se stesso e la propria identita'. Sembra impossibile non entrare nella follia. Non si riesce a sfuggire alla guerra,nda se stessi e dai propri sentimenti.

Un libro interessante e ben scritto, che fa emergere molti interessanti temi oltre a quello politico e storico: l'amicizia, l'arte, l'amore, l situazione sociale ed economica del Nepal, il rapporto con l'Occidente, il rapporto tra generazioni, tra tradizione e modernita', l'emigrazione.

Premi e successo meritatissimi per un autore nepalese che sorprende.
Per chi volesse procurarsi il testo, a sole 300 Rs, puo' consultare il sito della Piligrim's Book di Kathmandu

venerdì 2 settembre 2011

Nepal: Armi, miss e francobolli

Le armi e le donne.......
Ci verrebbe in mente una poesia provenzale e invece........siamo ancora in Nepal.
Il nuovo governo maoisa ha fatto un nuovo passo giusto, gradito agli Stati Uniti. Ha consegnato ufficialmente le armi  della guerra civile nascoste in varie parti del paese dalla fine del conflitto. Sono le armi usate dall'esercito  di liberazione del popolo a partire dal 2001, una spina nel fianco per il processo di pace.

Il Nepal guarda verso la pace e verso la bellezza. Si distrae ed elegge la sua nuova Miss. Come in ogni concorso che si rispetti..il risultato e' deludente. Tante  amiche nepalesi, poco Miss ma con la testa protesa verso il futuro, potrebbero sicuramente competere con lei, anche in bellezza, e vincere


Aumenta anche il patriottismo in Nepal, non solo per le bellezze locali.
Lo Sri Lanka  ha  recentememte emesso un francobollo da 5 rupie con i luoghi piu' importanti della vita di Buddha. Per i cingalesi Lumbini diventa magicamente indiana e enon nepalese.

I fieri abitanti di Kathmandu, anche i non buddhisti, si sono infuriati  e hanno richiesto il ritiro del frncobollo. Comprensibile richiesta! Un po' di geografia per i cingalesi!




mercoledì 31 agosto 2011

Nepal: moisti di nuovo in poltrona

Le feste sono ormai trascorse.
E' ora il momento di fare i conti con la politica.
Prima dell'estate ci eravamo lasciati con un appuntamento, quello del 28 di Agosto in cui era fissata la scadenza dei termini per redigere la nuova Costituzione.
L'estate politica in Nepal e' stata rovente: ministri ritirati dal governo, primi ministri che danno le dimissioni. Il solito clima minaccioso.
Alla fine pero' e' arrivato il gran botto: a sorpresa i maoisti hanno ripreso il controllo del paese.
Baburam Bhattarai e' il nuovo premier nepalese. Il vicepremier, Bijaya Gachchedar, fa invece parte dei mahdesi, il l gruppo politico, in coalizione, del sud del paese.
Il nuovo leader, Baburam Bhattarai, e' il numero due del partito maoista dopo Prachanda. Probabile stratega della guerra civile, e' rimasto nell'ombra fino alle elezioni del 2008.
Il premier piace. Inspiegabilmente, ma piace. Forse perche' viene definito progressista; forse perche' ha dichiarato di voler tendere una mano ai cristiani in vista dell'approvazione della nuova legge anti conversioni prevista; forse perche' ha studiato in India e si dice disposto a risolvere definitivamente la questione degli ex guerriglieri.
Sembra cosi' apprezzato che perfino gli Stati Uniti si sono ricordati improvvisamente che esiste il Nepal e che, tutto sommato, si possono anche cancellare i maoisti dalla lista dei movimenti terroristi.
Ma qui gli Stati Uniti hanno fatto un passo piu' lungo della gamba e il neoeletto Bhattarai non ha tardato a ricordarlo. Arriva infatti pronta la prima gaffes politica.
Ieri si celebrava, in teoria, la Giornata mondiale in ricordo delle vittime scomparse, o fatte scomparire dai maoisti, durante la guerra civile.
Preso dagli elogi statunitensi o dai preparativi per la Teej, Bhattarai ha dimenticato di commemorare l'evento. Coincidenze interessanti!
Forse gli Stati Uniti ripenseranno alle loro dichiarazioni, sopratutto se si tiene conto del fatto che il partito di nuovo al potere si rifiuta di consegnare i responsabili dei piu' feroci eccidi. Forse proprio adesso, con il partito di nuovo al potere, sarebbe il momento migliore per avere qualche sconto di pena. Peccato pero' per l'Onu, che ci mette sempre il naso! Forse e' meglio aspettare, vero Bhattarai?
E si, perche' il Nepal funziona come l'Italia. I procedimenti penali in atto vengono rimandati o, ancora meglio, archiviati. Senza problemi e senza leggi at hoc!
Ma la questione della Costituzione resta ancora sospesa. E' rinviata al 30 novembre.
Bhattarai e' convinto di riuscire, in sei mesi, a concludere il processo di pace che ha costretto l'Onu, dopo anni di tentativi, a gettare la spugna.
Sara' davvero cosi' prodigioso questo nuovo Primo ministro maoista?

Teej :la festa del digiuno in onore del propio uomo in Nepal!


Oggi in Nepal ricorre una delle piu' importanti fesività:Teej
L'evento e' particolarmente sentito per le donne. Si festeggia Parvati e, in particolare, la sua unione con Shiva. Parvati e' l'immagine della moglie perfetta, una figura piu' sentita in Nepal rispetto alla casta Sita.
Il nome Teej viene da un insetto rosso caratteristico della stagione monsonica
Ogni anno l'evento e' attesissimo. Solitamente cade il terzo giorno di Shokla Paksha durante il Shaavan del calendario hindu. In India la festivita' anticipa ritualmente il monsone. In Nepal invece sembra quasi volerlo salutare. Le ulime piogge si abbattono sulla valle di Kathmandu ma le nepalesi non rinunciano a questo giorno, al loro Dar Khane Din.
Ogni donna diventa una piccola Parvati in grado di assicurare la benedizione al suo amato. Per farlo e' necessario purificare il corpo e l'anima, vestire di rosso, indossare bracciali e collane rosse, mettere tika e sindur.
Ma non e' finita! Per assicurare la salute e la prosperita' al proprio amato le donne si astengono dal cibo e dal bere fino alla mezzanotte. E' discrezione del compagno concedere l'autorizzazione a farlo. In alcuni casi alcune mangiano solo frutta o bevono solo acqua. Il digiuno prende il nome di Nirjalain Nepal.
Per dissuadere i morsi della fame ci si riunisce e ci si distrae cantando e danzando, solitamente intorno ad un lingam che ricordi Shiva. Il posto in assoluto piu' frequentato e' Pashupatinath.
Come nel giorno dedicato a Laxmi, anche oggi verranno tenute lampade accese per indicare la via al dio e alla sua benevolenza.
Un augurio a tutte le donne del Nepal, augurandoci che qualcuna riceva presto, da un solerte compagno, il “permesso” per cibarsi!

domenica 21 agosto 2011

Krishna Janmashtami

Oggi in Nepal, India e Kerala si festeggia lo Shree Krishna Janmashtami. sS tratta della commemorazione della nascitadel piccolo Krishna. Tale evento rilsalirebbe a più di 5000 (?) anni fa. La legggneda è contenuta nelle Puranas. Il momento più propizio per i festeggiamenti è a mezzanotte. Si canta e si prega la venuta della piccola divinità. Generalmente però, fin dal mattino, comincia la puja con il bagno della statua e i tamponamenti con ghee e acqua profumata.  Per l'occasione la statua del piccolo veste ricche vesti e preziosi gioielli. Vengono fatte offerte di vario genere: frutta, dolci, latte, fiori e incenso. Vengono recitati mantra contenenti i 108 nomi del Dio tra cui quello di Gopal.
In Nepal, qui, ora, Patan e' in grande festeggiamenti perchè c'è un tempio dedicato a Krishna  proprio a Durbar Square. Le donne portano i tradizionali bracciali rituali, rigorosamente rossi, insieme ad un pendente che raffiguri il Dio.
Sono sempre le donne, come future gopinidi, a cantare "'Narayan, Narayan' and Gopal, Gopal'.
In questa giornata tutto dovrebbe risplendere della gioia del piccolo nato.
Il colore propizio per oggi è in giallo intenso. Sarebbe opportuno indossare una veste di seta gialla, anche se farse dà un po' nell'occhio!
Felice Shree Krishna Janmashtami a tutti

venerdì 29 luglio 2011

In Nepal

Tornare qui e' come tronare a casa.
Il paese sonnecchia sotto un monsone fortissimo.
Tra le strade fangose del mercato si vedono prezzi incredibili per le verdure. Un Kg di lenticchie indiane arriva a costare anche 200 rupie.
C'e' una calma apparente. Manca solo un mese al termine dell'ultimatum: la scadenza per redigere la nuova Costituzione. I politici sembrano non pensarci e affollando i ristoranti esclusivi di Thamel.
In compenso i nepalesi godono di buona luce: i power cut non sono frequenti.
Povero Nepal: eliminato dalle qualificazioni per il mondiale del 2014. Eliminato con il risultato complessivo di 10 a 1. Quando hanno segnato l'unico goal hanno  pero' esultato come se avessero vinto il Mondiale. L'importante e' partecipare!!!

lunedì 18 luglio 2011

KAILAS YATRA SAFAL HO!



"Concedimi la serenita' di accettare le cose che non posso mutare, 
il coraggio di trasformare cio' che posso cambiare
e la saggezza di riconoscere la differenza"

In partenza........

Buona estate a tutti!

giovedì 7 luglio 2011

Auguri vietati per il Dalai Lama in Cina e Nepal


Oggi Kundun, il leader spirituale del popolo tibetano, compie 76 anni. Il governo cinese ha inasprito i controlli e le repressioni per tale evento. Tre giorni fa Yoube è stato oscurato in Cina. Anche il Nepal segue le orme del grande fratello. Sono state vietate manifestazioni e raduni nella capitale Kathmadu. I tibetani sono stati invitati a pregare e festeggiare privatamente solo all'interno delle case e dei monasteri. Fino a qualche tempo fa, almeno in Nepal, nella zona di Boudhanath a maggioranza tibetana, era concessa la chiusura dei negozi per 2 o 3 giorni. I tibetani danno molta importanza a questo evento. Solitamente il compleanno, per la cultura tibetana, non riveste un grande significato. In alcune zone del Tibet non si festeggia, molti non sanno neanche precisamente quanti anni hanno, altri ancora seguono la tradizione del calcolo a partire dal concepimento, non dalla nascita. In questo modo si possono calcolare sempre 9 mesi in più.
Ma quello in onore del Dalai Lama è un festeggiamento particolare, ha un intenso valore spirituale perchè è legato al concetto di reicarnazione. Il Dalai Lama è infatti considerato la reincarnazione del Bodhisattva Avaloketesvara, la personificazione della compassione illimitata.

La reincarnazione ha origini fin dal  XII secolo a.C. E' cominciata con Dusum Kenpha, il primo Karnapa (110-1193) e il primo dei lama incarnati (tulku). Fino ad oggi ci sono state 14 successive reincarnazioni di questo lama. Il quattordicesimo è appunto Tenzin Gyatzo, il leader spirituale tibetano in esilio a Dharamsala
Il governo nepalese ha assecondato le richieste cinesi e ha vietato l'afflusso presto una scuola dove era prevista una manifestazione. La polizia ha fatto entrare solo gli studenti in uniforme vietando l'accesso ai monaci e alle monache. Tre tibetani sono stati  arrestati e portati via in malo modo dalle forze dell'ordine  perchè hanno provato a ribellarsi.
Il 2011 è un anno che spaventa molto la Cina. Attualmente il confine del Tibet è chiuso per turisti  e ricercatori. Le autorità nepalesi dicono che riapriranno il 25 luglio. Ufficialmente il motivo della chiusura è il clima rigido e l scarsa capacità ricettiva del paese. Il vero motivo è legato al timore di disordini. Negli stessi giorni sono intensificati anche i controlli per i visti per la Cina. Ci sono cose che non possono essere mostrate!
Tanti auguri al Dalai Lama!

venerdì 3 giugno 2011

FREE TIBET, non BRAND TIBET! UNA QUESTIONE REALE ED ATTUALE


Nel 2010 è stato pubblicato un testo che presenta una coraggiosa tesi a riguardo della questione tibetana.. Gli autori sono Simone Pieranni e Mauro Crocenzi. Il titolo è "Brand Tibet”: la causa tibetana e il suo marketing in Occidente", edito da DeriveApprodi. Il piccolo saggio sta avendo una discreta diffusione tra coloro che si interessano all’argomento.
I rapporti tra Cina e Tibet vengono analizzati secondo un’ interessante e ardita luce.
L'Occidente si dimostrerebbe interessato alla questione tibetana in quanto ignorante in merito ai veri rapporti storico-sociali  tra i due paesi  asiatici e affascinato dal mito positivo creato intorno al Tibet. Il fatto che molti ignorino le concrete e dettagliate relazioni tra i due paesi nel corso della storia non presuppone che tra questi non esista una tensione reale. La questione tibetana c'è ed è un problema 
L'interesse dell'Occidente sarebbe, secondo gli autori, giustificato da una mera assuefazione di un'immagine spirituale un po' forzata creata appositamente, con il tempo, dal Dalai Lama e dal governo tibetano in esilio a Dharamsala.
In questa prospettiva il Free Tibet diventerebbe un brand, un logo trito e ritrito, una forma di marketing e moda utilizzati nei contesti più disparati e divergenti, lontani dalle reali necessità del popolo tibetano.
Questa prospettiva sarebbe confermata dal sostegno arbitrario dato alla causa da parte di personaggi noti o meno noti che sventolano una bandiera che è in sè l'icona di un mondo sacro e perduto.
La causa tibetana è diventata, secondo questa tesi, un endorsement, un messaggio pubblicitario diffuso grazie all'utilizzo di un testimonial, un’icona; non importa se essa sia Richard Gere o il Dalai Lama. Servirsi un testimonial per diffondere un messaggio sul rispetto dei diritti umani non significa necessariamente che la questione che viene proposta non sia problematica. La questione tibetana c'è ed è un problema 

Secondo quest'ottica, sostenere il Tibet significa, in realtà, essere anticinesi. Deprecare l'azione cinese in Tibet equivarrebbe, in realtà, a disprezzare la Cina per nascondere il timore che attraversa l'Occidente in merito alla ruggente avanzata economica che sta effettuando.
La Cina viene inoltre temuta perchè rappresenta lo spettro del modello comunista asiatico, minaccia per l'Occidente capitalistico.
Il problema non sta nell'individuazione dei possibili punti di accusa nei confronti del colosso cinese. Bisognerebbe evitare di confondere i piani di analisi. Non si decide di appoggiare  il Tibet perchè in realtà si disprezza e si teme la Cina tout court. Si appoggia il Tibet per il problema che in esso è presente, per i rapporti che esso ha con i cinesi,  perchè  la questione tibetana c'è ed è un problema.

 I soprusi subiti dal Tibet negli ultimi anni hanno sicuramente mosso il mondo e suscitato l'interesse di gruppi tra loro anche molto eterogenei. Il  fatto che gruppi come la Lega Nord e il neofascismo italiano dimostrino interesse per la causa, non significa che il problema non esista, che non vada affrontato o che la motivazione risiede semplicemente in un gesto di opposizione all'ombra rossa del comunismo.
Molti occidentali ignorano la complessità dei  rapporti sino-cinesi. Questo non vuol dire affatto che non esista una reale emergenza. A volte non occorre conoscere appieno tutti i dettagli storici per determinare l'evidente ingerenza di un popolo su un altro.  La questione tibetana c'è ed è un problema.

Prima del colonialismo le relazioni tra Tibet e Cina furono animati da ottimi rapporti. Sarebbero state le potenze occidentali ad importare principi quali l'idea di Stato-nazione, sovranità e indipendenza.
L'ingerenza propagandistica dei suoi principi da parte dell'Occidente è cosa nota. Tale dimensione è estendibile ben oltre il colonialismo inglese. E' opportuno però non confondere i piani di analisi. Sottolineare il ruolo dell'Occidente nel rafforzamento di determinati ideali non significa che tali ideali non debbano essere legittimi in un Paese che in passato non li ha condivisi. La questione tibetana c'è ed è un problema 
Il rispetto verso il Tibet, e di conseguenza la formazione del brand, deriverebbero dalla graduale formazione di un "mito-Tibet". Il paese sarebbe stato col tempo accostato alla dimensione spirituale e misterica. Secondo questa prospettiva il mondo Occidentale sarebbe affascinato dal paese delle nevi per la sua dimensione pura e inalterata. A formare tale affabulatoria dimensione avrebbe contribuito non poco la politica progressista-pubblicitaria del Dalai Lama che, a detta di chi sostiene tale modello, avrebbe saputo sfruttare a suo favore il rinnovamento avvenuto negli ultimi anni all'interno del buddismo.
L'uomo occidentale sostiene il Tibet perchè vede in esso e nella sua religione il modello di quella vita spiituale di cui ha bisogno, perchè schiacciato dall'alienazione e dalla logica del profitto e del lavoro moderni.
Il Tibet è un paese che ha in sè molte dimensioni. Quella spirituale sicuramente è una di queste.Non è la sola. Così come l'Occidente è cristiano e laico al tempo stesso. Ogni popolazione ha i suoi punti di forza così come i suoi limiti. Il buddismo non è religione interpretabile a pieno piacimento, non è moda; così come il "modernismo buddista" non è la via più facile per ottenere consenso. L'apertura del buddismo al vivere moderno ha seplicemente puntato ad un alleggerimento degli aspetti più dogmatici e fidestici. Un processo simile si è verificato anche per il mondo cristiano cattolico con il Concilio Vaticano II.
L'internazionalizzazione della causa tibetana non è studiata a tavolino così come non si serve di un immagine falsa e posticcia creata ad hoc per le diverse circostanze. La questione tibetana c'è ed è un problema 

Non si può generalizzare la natura pacifista dei tibetano così come non si può estendere l'etichetta violenta a tutti gli han. La repressione cinese è sicuramente da condannare. E' opportuno comunque fare sempre chiarezza rispetto alle complesse dinamiche sino-tibetane nel corso della storia dell'ultimo secolo.

I rapporti, più o meno pacifici, tra Cina e Tibet ci sono sicuramente stati. Basti ricordare la figura della principessa  Weng Cheng e l'accordo matrimoniale tra i due imperi nel VII sec. I sostenitori della posizione cinese, coloro che identificano l'occupazione come una liberazione, riappropriazione di quello che gia' apparteneva all'Impero, vedono nella politica di accordo del XIII sec, tra sakya e Yuan mongoli, il primo embrione di un processo che vede definitivamente la fine della piena indipendenza del Tibet, la prima forma di annessione. 
Ma la Cina, ricordiamolo, nasce solo nel 1912, con la caduta dell'impero.

Neanche il positivo rapporto con la dinastia Ch'ing, a partire dal XVIII secolo, puo rappresentare una valida giustificazione ad un'ottica di legittimazione. Senza dubbio e' da considerare il ruolo positivo della dinastia nei confronti della diffusione del buddhismo o a riguardo nelle minacciose popolazioni nomadi mongole. Nonostante cio' l'atto di sottomissione politica all'Impero non si concretizza in un potere e controllo effettivi. Possiamo parlare ancora di autonomia politica. L'impero esercitava una forma di protettorato.

Le motivazioni dell'invasione del Tibet vanno ricercate negli ideali serpeggianti all'interno della Repubblica cinese al momento della sua nascita: un forte nazionalismo e una politica di integrazione culturale forzata. Ma il Tibet tra il 1912 e il 1951  e' una nazione grande come l'Europa occidentale, totalmente indipendente. O meglio: avrebbe potuto portare avanti una piu forte politica indipendentista. Il fallimento di tale progetto e' probabilmente di natura sia esterna che interna: non si ebbe un convinto supporto britannico; ci furono troppe rivalita' politiche all'interno degli stessi schieramenti tibetani, poco inclini ad accetare incondizionatamente un potere centrale evidenziabile nella figura del Dalai Lama.
La stessa Cina non applico' subito il su progetto di annessione perche' impegnata a fronteggiare problemi piu' pressanti come la guerra civile con i comunisti, l'imperialismo giapponese e la seconda guerra mondiale.
Ma con Mao e la RPC  gli ideali comunisti di egalitarismo ateo male si accostavano alla vicinanza con un paese cosi' legato al buddhismo.La repressione fu quasi percepita come d'obbligo.

Poco vale ricordare la posizione moderata di Deng Xiaoping negli anni 80’, se la accostiamo alla massiccia migrazione di han sul suolo tibetano e all'ideale di forte identita' cinese che essa veicola. Un'identita' mutietnica che i tibetani hanno pagato con la graduale cancellazione della loro cultura originaria. Non e' un caso dunque se, proprio negli anni 90’, dopo le rivolte di Lasha del 1987, sia avvenuta la crescita della politica repressiva e delle campagne di "rieducazone".

Oggi, dal punto di vista del diritto internazionale, il Tibet viene riconosciuto come nazione indipendente “De jure e de facto”.
Considerare come giustificazione all'occupazione i passati rapporti prima della nascita della RPC equivarrebbe a poter legittimare possibili diritti dell'Inghilterra sulla Gran Bretagna in virtù dell'antico potere coloniale.
In verita' la RPC non rivendicava quello che le apparteneva, seplicemente cercava di uniformare un territorio che percepiva come proprio, un territorio fastidiosamente arretrato, religioso, spirituale. La Cina percepiva nella sua azione di dominio un preciso obiettivo: quello di liberare il Tibet, antico territorio protetto dal celeste impero, dalle ingerenze delle forze imperialistiche occidentali. La sorte, ironica, ha visto in quelle stesse forze, uno spiraglio di salvezza, una cassa di risonanza per una voce di protesta contro le violazioni dei piu' essenziali diritti umani. Una voce che, con o senza brand, continua a farsi sentire.

La tesi sostenuta da  Pieranni e Crocenzi  è dunque riginale e ardita ma, a mio avviso, poco condivisibile. Si possono inoltre fare ulteriori osservazioni.

da sangye.it
Non si può comunque ignorare una condizione di oppressione che dura da anni. Quelli della Rivoluzione culturale sono stati sicuramente gli anni peggiori, anni in cui centinaia di monasteri sono stati distrutti, migliaia di monaci e tibetani laici sono stati incarcerati e uccisi. Durante la Rivoluzione culturale venne proibito addirittura di sedersi con le gambe incrociate perché considerato reazionario. I tibetani furono forzati a snaturare la loro cultura, le loro fonti di sostentamento, la loro tradizione, il loro cibo. La collettivizzazione delle campagne, legata al Grande balzo in avanti, impose la sostituzione delle culture di orzo con il cinese riso.
In quegli anni il Tibet era amministrato da Hu Jintao, l’attuale presidente della Repubblica!!!!
Oggi la Cina sfrutta il Tibet per le sue risorse minerarie. Il Paese delle nevi è  una delle zone più ricche di oro al mondo. Ma sono presenti ingenti giacimenti di ferro, bauxite e rame. Sotto il suolo tibetano si trovano minerali per oltre 150 miliardi di dollari. Quello che si froda viene poi sostituito con scorie nucleari selvaggiamente stoccate e abbandonate nei contesti naturali più disparati.
Ma il Tibet non è appetitoso solo per le risorse minerarie e le discariche a cielo aperto. E’ anche il più grande deposito di acqua al mondo. Più dell’80% dell’Asia vive con l’acqua proveniente dal Tibet. Un bel business!
E’ poi da considerare libero un paese dove si rischiano 7 anni  di carcere se si possiede una foto del Dalai Lama o una bandiera tibetana?  O è libero quello dove grandi autoparlanti diffondono il “radiogiornale di propaganda” mattina e sera? Non è libero un paese dove , se si grida “ Rangzen”, Libertà, si finisce in carcere. Non è libero un paese dove si finisce in carcere “preventivamente”, per creare terrore negli altri, in coloro che “potrebbero” alzare la testa.Cosa sono le carceri tibetane oggi? Luoghi dove esiste ancora la tortura, la sevizia, il “thamzing”, le sessioni di lotta punitive imposte ai detunuti. Che differenza c’è tra i laogai e i campi di concentramento nazisti?
Cos’è il Tibet oggi? Un paese oppresso, controllato, sfruttato. La regione più povera della Cina dove il tasso di analfabetismo supera il 75 %. La disoccupazione è elevatissima e l’Indice di sviluppo annuo è tremendamente basso. In questo paese i giovani tibetani non trovano un lavoro dignitoso. La maggior parte degli impieghi tibetani spetta agli han. Nelle scuole è stato reintrodotto il tibetano come prima lingua. Si, ma come arma a doppio taglio, perché nelle università si parla esclusivamente cinese. Coloro che lasciano il Tibet e trovano rifugio a Dharamsala per prepararsi, studiare e sviluppare delle competenze, sono poi costretti a rimanere in esilio, se non vogliono morire di fame. Si, perché in Tibet non c’è posto per coloro che si sono affacciati al mondo; vengono considerati reazionari, pericolosi. E a Dharamsala? Cosa sono i tibetani? Non godono di asilo politico, né dello statuto di rifugiati. Non hanno cittadinanza indiana, tibetana, cinese.
Dal Tibet si fugge, si fugge ancora oggi. Le vie di fuga sono quelle del confine con il Nepal e l’India. Secondo le stime  che ho raccolto a Kathmandu, grazie al centro di accoglienza, molti di questi profughi non arrivano mai a destinazione: muoiono di freddo, di fame, di stenti, o arrivano con principi di congelamento, con i piedi martoriati da un percorso impossibile. Ma alcuni raccontano una storia diversa: dal Tibet si esce liberamente, i cinesi chiudono volentieri un occhio davanti alle fughe, ad alcune fughe. “Andate pure via! Meno siete, meno problemi ci create!”
La richiesta portata avanti dal Dalai Lama fino a qualche tempo fa appariva accettabile: si chiedeva un’autonomia culturale e religiosa. La possibilità di continuare le tradizioni tibetane senza paure e soprusi. Dov’è la libertà religiosa oggi? Dov’è finito il Panchen Lama? Dal 1995 di lui e della sua famiglia non si hanno più notizie. Ma nel frattempo Pechino ha ben pensato di eleggerne uno nuovo, uno compiacente. Gyancai Norbu è, guarda caso, figlio di due membri del Partito comunista. Strane coincidenze accadono in Tibet! Sarà questo nuovo Panchen Lama a dirigere le prossime operazioni per l’individuazione della reincarnazione del Dalai Lama. Probabilmente tali operazione saranno instradate su un candidato altrettanto compiacente alla politica di Pechino. La “cricca” del Dalai Lama sarà allora definitivamente neutralizzata? No. E’ questo il problema: non si tratta di cricche o marchi. La questione tibetana c’è ed è un problema!

Cosa ha fatto veramente l’Occidente per l Tibet negli anni dell’invasione? Quando El Salvador presentò una mozione all’Onu nella quale si chiedeva un intervento a favore del Tibet, non rispose nessuno. Chi ha provato a ribellarsi? I tibetani, i kampha della resistenza in Mustang. Certo, la Cia ha sicuramente apportato il suo contributo, ma chi voleva realmente mettersi contro il colosso cinese? Cosa fa oggi l’Occidente? Cerca di sostenere una causa, una causa legata ad una condizione reale. La questione tibetana c’è ed è un problema!
Non si può ignorare quello che accade. Quello che è stato e continua ad essere.
Si respira un’aria nuova a Dharmsala. Non è solo l’elettricità nell’aria che precede il monsone.  Un nuovo volto, quello di Lobsang Sangay, appare una speranza, una possibilità. La fine di una politica e l’inizio di qualcosa di nuovo. La Cina preoccupata non rimane a guardare:chiude le porte al resto del mondo, crea problemi con i visti. Non vuole che il resto del mondo veda quello che accade, o che potrebbe accadere!