lunedì 4 novembre 2013

Apri! L'amore non esiste: una testimonianza

Nepal, 2008
Porto il nome di un fiore. Mio padre volle questo nome perchè mi amava infinitamente e voleva il meglio per me. A nove anni mi incantavo davanti alle spose del mio villaggio. L'hennè sulle loro mani mi affascinava. Spesso aspettavo che il pandit lasciasse il tempio o che la custode si allontanasse. Passavamo davanti al tempietto di Vishnu e con le corte dita ci mettavamo reciprocamente il sindur lì dove i capelli cominciano la loro cascata corvina. Sciocche ragazzine! Cosa aspettavamo?

Mio padre mi parlò del mio futuro marito  all'età di 12 anni.  Il suo fiore doveva avere il meglio. Il suo meglio diventò il mio incubo. Yadav era ricco, ricco rispetto ai giovani del mio villaggio. Suo fratello era all'estero a fare il manovale,  un altro fratello aveva un chioschetto, un piccolo chai shop  in una buona posizione perchè davanti al tempio di Shiva. Ma lui, Yadav, apparentemente non aveva prospettive.

Quando mi vide non nascose il suo disprezzo. Ero burrosa allora. Adoravo i dolci di Amma. Non ne potevo fare a meno e nessuno in casa me li vietava. Yadav non mi disse una parola. Forse mi trovava piccola e stupida. Non mi rivolse la parola. Vedevo i sogni di hennè e sindur sfumare in indefinite lingue rosse.

Venni a sapere che preferiva vivere in città in una piccola stanza. Sapevo che non aveva abbastanza denaro per rimanervi ma l'idea di fare il contadino lo atterriva. Disprezzava tutti noi ma al tempo stesso disprezzava anche le persone di casta che gli permettevano di sopravvivere. Molte persone mi parlavano di lui. Sapevo che un giorno sarebbe stata lui la mia rossa vita futura.

Il giorno del matrimonio lo passai a piangere. Non volevo lasciare la mia casa per andare con quell'uomo dal volto teso e imbronciato. Il tempo non mi consolava. Yadav non mi disse una parola se non "Apri!". Quella parola, l'unica pronunciata da mio marito, significava una sola cosa, che dovevo aprire i miei vestiti, e rapidamente. Non una carezza o una parola se non quell'"Apri!". E poi, in pochi istanti violenti e soffocati, tutto finiva, in silenzio. Si alzava e andava via. Non amava dormire con me. Rimanevo al villaggio, da sola con sua madre e la litania della sua asma o con il silenzio accigliato di suo padre. Sapevo che quello era il mio compito: assistere i suoi genitori. Yadav non aveva sorelle  o  parenti vicini. Non veniva mai a casa. Il suo ritorno era un semplice e secco "Apri!". Aspettavo con terrore quel momento.
Prima del matrimonio ero stata al cinema con una mia cugina sposata. I volti dei divi sul grande schermo descrivevano dei sentimenti così forti. Chiesi a mia cugina se fosse quello l'amore. "L'amore non esiste. Almento non per noi"  La sua risposta mi atterrì. Era sposata da appena un anno e il suo era stato un matrimonio d'amore!

Visitai Yadav in città. Non sapevo cosa fare in casa. Non potevo muovermi da sola in quel luogo così grande e misterioso. Non conoscevo nessuno. Yadav non tornava a pranzo. Non amava la mia cucina.  La sera spesso i suoi amici venivano a bere nella nostra stanza. Mi coprivo il volto con la dupatta e passavo ore vicino al rubinetto esterno. Fino a che erano presenti i suoi amici con schiamazzi e volgarità, sapevo che il momento dell"Apri" si sarebbe allontanato.

In uno di quei giorni grigi trovai quelle lettere e le fotografie. Sotto il letto, non troppo nascoste, in una scatola. Parlavano di sentimenti, di litigi, di passione e vicinanza reciproca. Il volto che sorrideva nella foto era diverso dal mio. La carnagione era chiara. Forse una ragazza di casta alta.
Ma quelle lettere parlavano anche di tormento e delusione. Quella donna doveva aver provato qualcosa di molto forte. Non riuscivo a capire il suo stato. Sapevo solo che l'oggetto di tanta emozione era colui che adesso era mio marito.

Mi trovò così, sbigottita, a terra, con le lettere sul sari sgualcito. Si arrabbiò molto ma non sembrò giustificarsi. Per la prima volta mi parlò direttamente. Mi parlò delle difficoltà  della vita in città, dei sogni che non era riuscito a realizzare. Nelle sue parole c'era astio e risentimento. Verso chi? Cosa avevo fatto di male? Mi spiegò che c'era sempre bisogno di denaro e che procuraselo non era facile. E così aveva trovato quella donna di casta alta. Una donna sola che si era innamorata di lui e lo manteneva. "E' stato facile. E' bastato essere gentile. Sapevo che la sua famiglia era ricca. Che poteva spillare denaro ai suoi. Mi dava denaro, viveri e tutto quello di cui avevo bisogno. Ma poi mi sono stufato perchè mi richiedeva attenzione e tempo. Ottenere quello che volevo non era più così facile. Mi sono stancato. Adesso racimolare i soldi non è facile".
Ero attonita. Non sapevo cosa dire. Non so dove trovai il coraggio per dirgli quello che gli dissi.
"Ma lei parla di amore. Di sentimenti? Noi eravamo già sposati quando..."
"Povera sciocca. L'amore non esiste! Per nessuno!"
Ancora una volta quella sentenza. I miei sogni di sindur ed hennè erano infranti da tempo.

Sono passati tanti anni. Yadav è partito. Ha raggiunto suo fratello. L'ultima volta che l'ho visto il  mio piccolo Sunil aveva 2 anni e mezzo. Il frutto dorato di uno di quei momenti in cui ho dovuto "aprire" . Ancora oggi mi sorprendo davanti agli occhi grandi e buoni di mio figlio. Come può, da tanta indifferenza e sofferenza nascere uno splendore simile?
Io e Sunil passiamo ore seduti davanti al cortile della casa dei genitori di Yadav. Le sue manine si estendono verso di me. Mi sorride quando nascondo il viso con la dupatta chiudendone le estremità laterali
. "Apri!" mi chiede spostando il velo con la manina paffuta "Mamma, dammi un bacio!".
L'amore esiste. Anche per noi!

In India oggi 24 milioni di bambine sono costrette al matrimonio precoce. A metà Ottobre l'India si è rifiutata di firmare la risoluzione Onu che vieta tali pratiche. Hanno firmato, tra i 107 paesi, anche Nepal, Ciad, Niger e Mali. luoghi dove le spose bambine sono milioni ogni anno. Per molti gram pamchayat indiani, i consigli di villaggio, far sposare in tenerà età una giovane garantisce l'allontanamento dalle possibilità di stupro. I problemi sociali e di salute che emergono da tali  usanze sono incalcolabili!


5 commenti:

Nela San ha detto...

Molto toccante questo tuo racconto, senza volgarità, esprime tutta la violenza di una simile usanza. Potrebbe diventare lo spunto di un documentario inchiesta.

Silvia Merialdo ha detto...

Molto intenso questo racconto, grazie Sonia!
Una testimonianza di una storia molto triste, però con un briciolo di speranza finale...
Che dire? Speriamo che il piccolo Sunil non segua le orme del padre.

Anonimo ha detto...

Grazie per lavoro tu fai Sonia
Molto importante è
voce difficile dare
tu come libro scrive
tu cuore mette su storia vera
io so
Grazie
scusa male italiano
L.

Sonia.namaste Namaste ha detto...

Grazie a te L.

Sonia.namaste Namaste ha detto...

Care, queste testimonianze sono purtroppo vere. Le sento e vivo quasi tutti i giorni. Possono cambiare i nomi o le latitudini ma, ahimè sono storie tremendamente vere che cerco di raccontare in punta di piedi e con una lieve carezza. Tanti piccoli dolci Sunil diventano grandi indifferenti e pragmatici Yadav. A volte non per malvagità ma solo per assuefazione a dinamiche che esistono da sempre, sempre uguali.