venerdì 3 giugno 2011

FREE TIBET, non BRAND TIBET! UNA QUESTIONE REALE ED ATTUALE


Nel 2010 è stato pubblicato un testo che presenta una coraggiosa tesi a riguardo della questione tibetana.. Gli autori sono Simone Pieranni e Mauro Crocenzi. Il titolo è "Brand Tibet”: la causa tibetana e il suo marketing in Occidente", edito da DeriveApprodi. Il piccolo saggio sta avendo una discreta diffusione tra coloro che si interessano all’argomento.
I rapporti tra Cina e Tibet vengono analizzati secondo un’ interessante e ardita luce.
L'Occidente si dimostrerebbe interessato alla questione tibetana in quanto ignorante in merito ai veri rapporti storico-sociali  tra i due paesi  asiatici e affascinato dal mito positivo creato intorno al Tibet. Il fatto che molti ignorino le concrete e dettagliate relazioni tra i due paesi nel corso della storia non presuppone che tra questi non esista una tensione reale. La questione tibetana c'è ed è un problema 
L'interesse dell'Occidente sarebbe, secondo gli autori, giustificato da una mera assuefazione di un'immagine spirituale un po' forzata creata appositamente, con il tempo, dal Dalai Lama e dal governo tibetano in esilio a Dharamsala.
In questa prospettiva il Free Tibet diventerebbe un brand, un logo trito e ritrito, una forma di marketing e moda utilizzati nei contesti più disparati e divergenti, lontani dalle reali necessità del popolo tibetano.
Questa prospettiva sarebbe confermata dal sostegno arbitrario dato alla causa da parte di personaggi noti o meno noti che sventolano una bandiera che è in sè l'icona di un mondo sacro e perduto.
La causa tibetana è diventata, secondo questa tesi, un endorsement, un messaggio pubblicitario diffuso grazie all'utilizzo di un testimonial, un’icona; non importa se essa sia Richard Gere o il Dalai Lama. Servirsi un testimonial per diffondere un messaggio sul rispetto dei diritti umani non significa necessariamente che la questione che viene proposta non sia problematica. La questione tibetana c'è ed è un problema 

Secondo quest'ottica, sostenere il Tibet significa, in realtà, essere anticinesi. Deprecare l'azione cinese in Tibet equivarrebbe, in realtà, a disprezzare la Cina per nascondere il timore che attraversa l'Occidente in merito alla ruggente avanzata economica che sta effettuando.
La Cina viene inoltre temuta perchè rappresenta lo spettro del modello comunista asiatico, minaccia per l'Occidente capitalistico.
Il problema non sta nell'individuazione dei possibili punti di accusa nei confronti del colosso cinese. Bisognerebbe evitare di confondere i piani di analisi. Non si decide di appoggiare  il Tibet perchè in realtà si disprezza e si teme la Cina tout court. Si appoggia il Tibet per il problema che in esso è presente, per i rapporti che esso ha con i cinesi,  perchè  la questione tibetana c'è ed è un problema.

 I soprusi subiti dal Tibet negli ultimi anni hanno sicuramente mosso il mondo e suscitato l'interesse di gruppi tra loro anche molto eterogenei. Il  fatto che gruppi come la Lega Nord e il neofascismo italiano dimostrino interesse per la causa, non significa che il problema non esista, che non vada affrontato o che la motivazione risiede semplicemente in un gesto di opposizione all'ombra rossa del comunismo.
Molti occidentali ignorano la complessità dei  rapporti sino-cinesi. Questo non vuol dire affatto che non esista una reale emergenza. A volte non occorre conoscere appieno tutti i dettagli storici per determinare l'evidente ingerenza di un popolo su un altro.  La questione tibetana c'è ed è un problema.

Prima del colonialismo le relazioni tra Tibet e Cina furono animati da ottimi rapporti. Sarebbero state le potenze occidentali ad importare principi quali l'idea di Stato-nazione, sovranità e indipendenza.
L'ingerenza propagandistica dei suoi principi da parte dell'Occidente è cosa nota. Tale dimensione è estendibile ben oltre il colonialismo inglese. E' opportuno però non confondere i piani di analisi. Sottolineare il ruolo dell'Occidente nel rafforzamento di determinati ideali non significa che tali ideali non debbano essere legittimi in un Paese che in passato non li ha condivisi. La questione tibetana c'è ed è un problema 
Il rispetto verso il Tibet, e di conseguenza la formazione del brand, deriverebbero dalla graduale formazione di un "mito-Tibet". Il paese sarebbe stato col tempo accostato alla dimensione spirituale e misterica. Secondo questa prospettiva il mondo Occidentale sarebbe affascinato dal paese delle nevi per la sua dimensione pura e inalterata. A formare tale affabulatoria dimensione avrebbe contribuito non poco la politica progressista-pubblicitaria del Dalai Lama che, a detta di chi sostiene tale modello, avrebbe saputo sfruttare a suo favore il rinnovamento avvenuto negli ultimi anni all'interno del buddismo.
L'uomo occidentale sostiene il Tibet perchè vede in esso e nella sua religione il modello di quella vita spiituale di cui ha bisogno, perchè schiacciato dall'alienazione e dalla logica del profitto e del lavoro moderni.
Il Tibet è un paese che ha in sè molte dimensioni. Quella spirituale sicuramente è una di queste.Non è la sola. Così come l'Occidente è cristiano e laico al tempo stesso. Ogni popolazione ha i suoi punti di forza così come i suoi limiti. Il buddismo non è religione interpretabile a pieno piacimento, non è moda; così come il "modernismo buddista" non è la via più facile per ottenere consenso. L'apertura del buddismo al vivere moderno ha seplicemente puntato ad un alleggerimento degli aspetti più dogmatici e fidestici. Un processo simile si è verificato anche per il mondo cristiano cattolico con il Concilio Vaticano II.
L'internazionalizzazione della causa tibetana non è studiata a tavolino così come non si serve di un immagine falsa e posticcia creata ad hoc per le diverse circostanze. La questione tibetana c'è ed è un problema 

Non si può generalizzare la natura pacifista dei tibetano così come non si può estendere l'etichetta violenta a tutti gli han. La repressione cinese è sicuramente da condannare. E' opportuno comunque fare sempre chiarezza rispetto alle complesse dinamiche sino-tibetane nel corso della storia dell'ultimo secolo.

I rapporti, più o meno pacifici, tra Cina e Tibet ci sono sicuramente stati. Basti ricordare la figura della principessa  Weng Cheng e l'accordo matrimoniale tra i due imperi nel VII sec. I sostenitori della posizione cinese, coloro che identificano l'occupazione come una liberazione, riappropriazione di quello che gia' apparteneva all'Impero, vedono nella politica di accordo del XIII sec, tra sakya e Yuan mongoli, il primo embrione di un processo che vede definitivamente la fine della piena indipendenza del Tibet, la prima forma di annessione. 
Ma la Cina, ricordiamolo, nasce solo nel 1912, con la caduta dell'impero.

Neanche il positivo rapporto con la dinastia Ch'ing, a partire dal XVIII secolo, puo rappresentare una valida giustificazione ad un'ottica di legittimazione. Senza dubbio e' da considerare il ruolo positivo della dinastia nei confronti della diffusione del buddhismo o a riguardo nelle minacciose popolazioni nomadi mongole. Nonostante cio' l'atto di sottomissione politica all'Impero non si concretizza in un potere e controllo effettivi. Possiamo parlare ancora di autonomia politica. L'impero esercitava una forma di protettorato.

Le motivazioni dell'invasione del Tibet vanno ricercate negli ideali serpeggianti all'interno della Repubblica cinese al momento della sua nascita: un forte nazionalismo e una politica di integrazione culturale forzata. Ma il Tibet tra il 1912 e il 1951  e' una nazione grande come l'Europa occidentale, totalmente indipendente. O meglio: avrebbe potuto portare avanti una piu forte politica indipendentista. Il fallimento di tale progetto e' probabilmente di natura sia esterna che interna: non si ebbe un convinto supporto britannico; ci furono troppe rivalita' politiche all'interno degli stessi schieramenti tibetani, poco inclini ad accetare incondizionatamente un potere centrale evidenziabile nella figura del Dalai Lama.
La stessa Cina non applico' subito il su progetto di annessione perche' impegnata a fronteggiare problemi piu' pressanti come la guerra civile con i comunisti, l'imperialismo giapponese e la seconda guerra mondiale.
Ma con Mao e la RPC  gli ideali comunisti di egalitarismo ateo male si accostavano alla vicinanza con un paese cosi' legato al buddhismo.La repressione fu quasi percepita come d'obbligo.

Poco vale ricordare la posizione moderata di Deng Xiaoping negli anni 80’, se la accostiamo alla massiccia migrazione di han sul suolo tibetano e all'ideale di forte identita' cinese che essa veicola. Un'identita' mutietnica che i tibetani hanno pagato con la graduale cancellazione della loro cultura originaria. Non e' un caso dunque se, proprio negli anni 90’, dopo le rivolte di Lasha del 1987, sia avvenuta la crescita della politica repressiva e delle campagne di "rieducazone".

Oggi, dal punto di vista del diritto internazionale, il Tibet viene riconosciuto come nazione indipendente “De jure e de facto”.
Considerare come giustificazione all'occupazione i passati rapporti prima della nascita della RPC equivarrebbe a poter legittimare possibili diritti dell'Inghilterra sulla Gran Bretagna in virtù dell'antico potere coloniale.
In verita' la RPC non rivendicava quello che le apparteneva, seplicemente cercava di uniformare un territorio che percepiva come proprio, un territorio fastidiosamente arretrato, religioso, spirituale. La Cina percepiva nella sua azione di dominio un preciso obiettivo: quello di liberare il Tibet, antico territorio protetto dal celeste impero, dalle ingerenze delle forze imperialistiche occidentali. La sorte, ironica, ha visto in quelle stesse forze, uno spiraglio di salvezza, una cassa di risonanza per una voce di protesta contro le violazioni dei piu' essenziali diritti umani. Una voce che, con o senza brand, continua a farsi sentire.

La tesi sostenuta da  Pieranni e Crocenzi  è dunque riginale e ardita ma, a mio avviso, poco condivisibile. Si possono inoltre fare ulteriori osservazioni.

da sangye.it
Non si può comunque ignorare una condizione di oppressione che dura da anni. Quelli della Rivoluzione culturale sono stati sicuramente gli anni peggiori, anni in cui centinaia di monasteri sono stati distrutti, migliaia di monaci e tibetani laici sono stati incarcerati e uccisi. Durante la Rivoluzione culturale venne proibito addirittura di sedersi con le gambe incrociate perché considerato reazionario. I tibetani furono forzati a snaturare la loro cultura, le loro fonti di sostentamento, la loro tradizione, il loro cibo. La collettivizzazione delle campagne, legata al Grande balzo in avanti, impose la sostituzione delle culture di orzo con il cinese riso.
In quegli anni il Tibet era amministrato da Hu Jintao, l’attuale presidente della Repubblica!!!!
Oggi la Cina sfrutta il Tibet per le sue risorse minerarie. Il Paese delle nevi è  una delle zone più ricche di oro al mondo. Ma sono presenti ingenti giacimenti di ferro, bauxite e rame. Sotto il suolo tibetano si trovano minerali per oltre 150 miliardi di dollari. Quello che si froda viene poi sostituito con scorie nucleari selvaggiamente stoccate e abbandonate nei contesti naturali più disparati.
Ma il Tibet non è appetitoso solo per le risorse minerarie e le discariche a cielo aperto. E’ anche il più grande deposito di acqua al mondo. Più dell’80% dell’Asia vive con l’acqua proveniente dal Tibet. Un bel business!
E’ poi da considerare libero un paese dove si rischiano 7 anni  di carcere se si possiede una foto del Dalai Lama o una bandiera tibetana?  O è libero quello dove grandi autoparlanti diffondono il “radiogiornale di propaganda” mattina e sera? Non è libero un paese dove , se si grida “ Rangzen”, Libertà, si finisce in carcere. Non è libero un paese dove si finisce in carcere “preventivamente”, per creare terrore negli altri, in coloro che “potrebbero” alzare la testa.Cosa sono le carceri tibetane oggi? Luoghi dove esiste ancora la tortura, la sevizia, il “thamzing”, le sessioni di lotta punitive imposte ai detunuti. Che differenza c’è tra i laogai e i campi di concentramento nazisti?
Cos’è il Tibet oggi? Un paese oppresso, controllato, sfruttato. La regione più povera della Cina dove il tasso di analfabetismo supera il 75 %. La disoccupazione è elevatissima e l’Indice di sviluppo annuo è tremendamente basso. In questo paese i giovani tibetani non trovano un lavoro dignitoso. La maggior parte degli impieghi tibetani spetta agli han. Nelle scuole è stato reintrodotto il tibetano come prima lingua. Si, ma come arma a doppio taglio, perché nelle università si parla esclusivamente cinese. Coloro che lasciano il Tibet e trovano rifugio a Dharamsala per prepararsi, studiare e sviluppare delle competenze, sono poi costretti a rimanere in esilio, se non vogliono morire di fame. Si, perché in Tibet non c’è posto per coloro che si sono affacciati al mondo; vengono considerati reazionari, pericolosi. E a Dharamsala? Cosa sono i tibetani? Non godono di asilo politico, né dello statuto di rifugiati. Non hanno cittadinanza indiana, tibetana, cinese.
Dal Tibet si fugge, si fugge ancora oggi. Le vie di fuga sono quelle del confine con il Nepal e l’India. Secondo le stime  che ho raccolto a Kathmandu, grazie al centro di accoglienza, molti di questi profughi non arrivano mai a destinazione: muoiono di freddo, di fame, di stenti, o arrivano con principi di congelamento, con i piedi martoriati da un percorso impossibile. Ma alcuni raccontano una storia diversa: dal Tibet si esce liberamente, i cinesi chiudono volentieri un occhio davanti alle fughe, ad alcune fughe. “Andate pure via! Meno siete, meno problemi ci create!”
La richiesta portata avanti dal Dalai Lama fino a qualche tempo fa appariva accettabile: si chiedeva un’autonomia culturale e religiosa. La possibilità di continuare le tradizioni tibetane senza paure e soprusi. Dov’è la libertà religiosa oggi? Dov’è finito il Panchen Lama? Dal 1995 di lui e della sua famiglia non si hanno più notizie. Ma nel frattempo Pechino ha ben pensato di eleggerne uno nuovo, uno compiacente. Gyancai Norbu è, guarda caso, figlio di due membri del Partito comunista. Strane coincidenze accadono in Tibet! Sarà questo nuovo Panchen Lama a dirigere le prossime operazioni per l’individuazione della reincarnazione del Dalai Lama. Probabilmente tali operazione saranno instradate su un candidato altrettanto compiacente alla politica di Pechino. La “cricca” del Dalai Lama sarà allora definitivamente neutralizzata? No. E’ questo il problema: non si tratta di cricche o marchi. La questione tibetana c’è ed è un problema!

Cosa ha fatto veramente l’Occidente per l Tibet negli anni dell’invasione? Quando El Salvador presentò una mozione all’Onu nella quale si chiedeva un intervento a favore del Tibet, non rispose nessuno. Chi ha provato a ribellarsi? I tibetani, i kampha della resistenza in Mustang. Certo, la Cia ha sicuramente apportato il suo contributo, ma chi voleva realmente mettersi contro il colosso cinese? Cosa fa oggi l’Occidente? Cerca di sostenere una causa, una causa legata ad una condizione reale. La questione tibetana c’è ed è un problema!
Non si può ignorare quello che accade. Quello che è stato e continua ad essere.
Si respira un’aria nuova a Dharmsala. Non è solo l’elettricità nell’aria che precede il monsone.  Un nuovo volto, quello di Lobsang Sangay, appare una speranza, una possibilità. La fine di una politica e l’inizio di qualcosa di nuovo. La Cina preoccupata non rimane a guardare:chiude le porte al resto del mondo, crea problemi con i visti. Non vuole che il resto del mondo veda quello che accade, o che potrebbe accadere!

6 commenti:

MilleOrienti ha detto...

cara Sonia, ti sono veramente grato - e penso lo siano tutti i lettori di questo blog - per questa bellissima analisi della situazione tibetana, incrociata con la recensione del libro Brand Tibet. Libro verso il quale, secondo me, sei stata fin troppo "gentile", definendo la sua tesi originale ma poco condivisibile. Libri del genere sono, quelli sì, becere operazioni di marketing, ignari delle più elementari informazioni di base sul Paese (mi chiedo quali libri di storia abbiano letto i due autori, e se abbiano mai letto i rapporti di Amnesty International).
Ma direi che tu hai rintuzzato con molta competenza ed eleganza i loro bislacchi argomenti - degni della più trita propaganda politica del governo cinese.
Ancora complimenti dunque, continuerò a leggerti con piacere.
Marco

sonia.namaste ha detto...

Grazie a te Marco. Mi interesso al Tibet da qualche anno e ogni giorno riesco a sorprendermi

sinonapoletano ha detto...

Premetto che concordo con tutto quello che ha scritto Sonia, anni di scrittura di articoli sul Tibet testimoniano la mia presente premessa. Conosco Simone Pieranni, lavora a Pechino e dirige un'ottima agenzia informativa, molto ma molto antigovernativa e soprattutto pro diritti civili. Le tesi del libro servono a guardare la situazione da una prospettiva diversa, non in antitesi al pacifismo giusto anti cinese, ma cercando di dare una lettura diversa. Parliamo di Tibet perchè c'è la repressione o perchè c'è Richard Gere, il Dalai Lama e gli altri? Se fosse vero la prima ipotesi, allora allo stesso modo dovremmo parlare anche degli altri paesi dove ci sono repressioni, dove si calpestano i diritti più basilari. io ho letto il libro in questa ottica, non condividendo comunque molte cose.

sonia.namaste ha detto...

Sono in accordo con te. Ritengo infatti interessante la prospettiva di analisi se ci si ferma a riflettere su quanto fa realmente l'Occidente. Una critica a tale dinamica è più che legittima infatti.

intizar ha detto...

Gentile Sonia,
sono Mauro Crocenzi, coautore del testo da lei introdotto nel post. Di seguito riporto alcune precisazioni a completamento di questo scambio a distanza. Mi scuso in partenza per la lunghezza del testo e mi offro disponibile a un confronto diretto via mail se vorrà portare avanti la discussione.
In realtà mi viene da dire di condividere molti degli spunti sulla questione tibetana così come da lei introdotta in questo post. Le intenzioni di Brand Tibet non sono quelle di porsi smentire alcuni eventi storici supportati da documentazioni accurate. Il testo non si pone in una diatriba pro/anti cinese o pro/anti tibetana non perché la nostra posizione sia la negazione dell’esistenza di una questione tibetana o quella delle responsabilità in merito del governo cinese. La questione politica, l’occupazione militare, le violazioni di diritti umani in Tibet sono sotto gli occhi di tutti e sul tema non abbiamo sentito la necessità di aggiungere parole alle tante già scritte da studi ben più autorevoli del nostro. Penso, ma non solo, ai vari rapporti a cui fa riferimento Marco Restelli –seppure con molto poco rispetto per la nostra onestà intellettuale.
Brand Tibet non è un libro sulla questione tibetana, proprio perché volevamo restare fuori da quelle operazioni di marketing e meccanismi propagandistici a cui siamo stati avvicinati da Marco Restelli. Proprio vivendo da alcuni anni nell’ambiente accademico degli studi tibetani so bene quanto schieramenti facili e riscritture politiche della storia possano risultare ben vendibili se ben rivestite sotto forma di analisi obiettiva dei fatti.
Brand Tibet nasce in primis come una riflessione critica sulle società occidentali –per quanto possa essere ammissibile il ricorso a una categoria così generale- e sul loro modo di avvicinarsi alla diversità. Abbiamo provato a fare questo prendendo in esame la società italiana a noi contemporanea e riconducendola a modelli di rappresentazione orientalistica del Tibet di origine coloniale. A sostegno delle nostre tesi abbiamo citato studi che riteniamo –e non solo noi- autorevoli (ora come ora mi vengono in mente opere di Goldstein, Tsering Shakya, Klieger, Kvaerne, Huber, Wang Lixiong, Lopez solo per citare i nomi più famosi) ma che hanno avuto ben poca diffusione in Italia non essendo stati tradotti in italiano ed essendo principalmente di origine accademica. Partendo da questi studi il nostro tentativo è stato quello di evidenziare come il governo esule tibetano e il governo cinese siano stati influenzati entrambi da modelli interpretativi di matrice orientalistica, contribuendo a un naturale inasprimento della questione tibetana.
Mi preme ribadire che dire questo non significa negare gli effetti devastanti delle politiche cinesi in Tibet, ma semplicemente ipotizzare alcune reponsabilità politiche del governo esule in rapporto alla natura irrisoluta della questione tibetana e soprattutto mettere in discussione un modello di “civilizzazione” occidentale troppo spesso dato per scontato tra la nostra opinione pubblica e responsabile –direttamente o indirettamente- della morte e della sofferenza di molte persone nel mondo.
In conclusione mi preme ringraziarla per l’attenzione che ha dato al nostro lavoro e per gli spunti critici che personalmente prendo sempre come una possibilità di crescita personale. Spero invece che Marco Restelli possa dimostrarsi in futuro quanto meno più cauto verso persone di cui non sa nulla e cercare di assumere una visione più approfondita prima di esprimere giudizi su persone che mettono sforzi, ideali e sacrifici prima di un calcolo di visibilità e ritorno economico. Mi creda, se avessi voluto fare soldi avrei fatto tutt’altro piuttosto che scrivere brand tibet o lavorare per China files. A tal proposito un ringraziamento anche a sinonapoletano per l’apprezzamento del lavoro tutt’altro che facile che portiamo avanti in due paesi dove per motivi diversi è tutt’altro che facile provare a fare informazione.
Mauro Crocenzi

sonia.namaste ha detto...

Gentile Mauro Crocenzi,
la ringrazio per avermi contattato. E' sempre un piacere poter discutere democraticamente.
Come ben può leggere dal mio intervento, ritengo la vostra tesi coraggiosa e originale, anche se non ne condivido alcuni aspetti. Dare per scontata la gravità della questione tibetana può essere infatti rischioso perchè si può incorrere in un'interpretazione che sposta il focus su un'altra posizione. Ritengo che Marco Restelli, autorevole voce italiana su questi argomenti, abbia semplicemente voluto esprimere la non condivisione di alcuni aspetti che emergono dal testo. Purtroppo la maggior parte degli italiani non è a conoscenza della situazione tibetana in tutta la sua complessità. La mia stessa analisi ha lacune e mancanze.Credo che trovare una posizione valida e inalterabile sia molto difficile. Discuterne però, diffondere informazioni, è di fondamentale importanza. Se ne discute per ottenere condivisione e informazione.
Grazie ancora per questo interessante confronto